Fronte Isontino 1915-1917
Le cause della Prima Guerra Mondiale
Le cause dello scoppio della prima guerra mondiale furono diverse: il contrasto austro-russo per l'egemonia nei Balcani, la rivalità navale anglo-tedesca, il contrasto franco-tedesco dopo la vittoria prussiana del 1870, gli irredentismi, come ad esempio per l'Italia che aspirava a Trento e a Trieste.
L'occasione per lo scoppio della guerra fu dato dall'eccidio di Sarajevo, il 28 giugno 1914, quando due serbi irredentisti uccisero l'arciduca Francesco Ferdinando, principe ereditario d'Austria.
L'Austria inviò un ultimatum alla Serbia, ma le condizioni erano talmente umilianti che lo Stato serbo rifiutò. Il 28 luglio l'Austria, che sapeva di poter contare sull'aiuto della Germania, dichiarò guerra alla Serbia. La Russia si alleò con la Serbia, e la Francia corse in aiuto della Russia. In seguito, poiché la Germania aveva invaso il Belgio neutrale per giungere più facilmente in Francia, l'Inghilterra si vide minacciata per il predominio nel mare del Nord ed intervenne nel conflitto.
Successivamente entrarono in guerra come alleati degli Imperi centrali: l'Impero Ottomano (1914) e la Bulgaria (1915).
Entrarono in guerra alleate della Triplice Intesa: il Giappone (1914), l'Italia, che lasciò la Triplice alleanza (1915), il Portogallo (1916), la Romania (1916), gli Stati Uniti (1917), Panama (1917), Cuba (1917), la Grecia (1917), il Siam (1917), la Liberia (1917), la Cina (1917), il Brasile (1917), il Guatemala (1918), il Nicaragua (1918) e la Costarica (1918).
Tutti i continenti furono coinvolti, così da poter definire la guerra come "mondiale", per la prima volta nella storia.
Dopo le avanzate tedesche dei primi mesi, il conflitto si trasformò (specie sul fronte occidentale) in una rovinosa guerra di posizione. Il numero degli uomini impiegati e le nuove tecnologie messe in campo dalla Triplice Intesa ebbero la meglio sulla superiore organizzazione militare della Germania.
La guerra si concluse l'11 novembre 1918, quando la Germania firmò l'armistizio con le forze dell'Intesa. Il numero di morti è stato calcolato in oltre quindici milioni; tanti quanti sarebbero stati i morti per le carestie e le malattie dovute alla guerra, specie in Germania. La guerra fu nello stesso tempo l'ultimo conflitto del passato (guerra di trincea e lenta), ma anche il primo grande conflitto in cui si usarono appieno tutti i mezzi moderni, come aeroplani, mezzi corazzati, sommergibili e le armi chimiche, tra cui il gas.
Neutralità dell'Italia.
Inizialmente l'Italia si dichiarò neutrale, dando due motivazioni: la Triplice Alleanza la impegnava ad entrare in guerra solo se Austria e Germania fossero state attaccate (invece era l'Austria che aveva dichiarato guerra ), inoltre l'Austria aveva agito all'insaputa dell'Italia. La neutralità tuttavia non durò a lungo. Gli Italiani, infatti, si erano divisi in due schieramenti: gli interventisti, guidati da Mussolini, Corridoni, Bissolati, ecc., i quali sostenevano che, per ottenere la liberazione di Trento e Trieste, era necessario intervenire contro l'Austria; i neutralisti, guidati da Giolitti, convinti dal fatto che, mantenendo la neutralità, si potevano ottenere delle concessioni austriache nel Trentino.
L'Italia entra in guerra
L'Italia dichiarò guerra all'Austria-Ungheria il 23 maggio 1915, e alla Germania quindici mesi più tardi.
All'alba del 24 maggio il Regio Esercito sparò la prima salva di cannone contro le postazioni austro-ungariche asserragliate a Cervignano del Friuli che, poche ore più tardi, divenne la prima città conquistata. All'alba dello stesso giorno la flotta austro-ungarica bombardò la stazione ferroviaria di Manfredonia; alle 23:56, bombardò Ancona. Lo stesso 24 maggio cadde il primo soldato italiano, Riccardo di Giusto.
Il comando delle forze armate italiane fu affidato al generale Luigi Cadorna. Il nuovo fronte aperto dall'Italia ebbe come teatro l'arco alpino dallo Stelvio al mare Adriatico e lo sforzo principale tendente allo sfondamento del fronte fu attuato nella regione della valli isontine, in direzione di Lubiana. Anche qui, dopo un'iniziale avanzata italiana, gli austro-ungarici ricevettero l'ordine di trincerarsi e resistere. Si arrivò così a una guerra di trincea simile a quella che si stava svolgendo sul fronte occidentale: l'unica differenza consisteva nel fatto che, mentre sul fronte occidentale le trincee erano scavate nel fango, sul fronte italiano erano scavate nelle rocce e nei ghiacciai delle Alpi, fino ed oltre i 3.000 metri di altitudine.
Nei primi mesi di guerra l'Italia sferrò quattro offensive contro gli austro-ungarici ad est. Queste furono:
Prima battaglia dell'Isonzo: 23 giugno - 7 luglio 1915
Seconda battaglia dell'Isonzo: 18 luglio - 3 agosto 1915
Terza battaglia dell'Isonzo: 18 ottobre - 3 novembre 1915
Quarta battaglia dell'Isonzo: 10 novembre - 2 dicembre 1915
In quest'ultime le perdite italiane ammontarono a oltre 60.000 morti e più di 150.000 feriti, il che equivaleva a circa un quarto delle forze mobilitate. Degna di menzione è l'offensiva nell'alto Cadore sul Col di Lana tendente a tagliare una delle principali vie di rifornimento al settore Trentino attraverso la Val Pusteria. Questo teatro di operazioni fu secondario rispetto alla spinta ad est, tuttavia ebbe il merito di bloccare, in seguito, contingenti austro-ungarici: la zona di operazioni si avvicinava infatti più di ogni altro settore del fronte a vie di comunicazione strategiche per l'approvvigionamento del fronte tirolese e trentino.
IL FRONTE DELL'ISONZO / SOŠKA FRONTA / ISONZOFRONT
Nei primi anni di guerra, è sul fronte dell’Isonzo che si combattono le battaglie più dure. Dalla conca di Plezzo (Bovec, Flitsch) al monte Sabotino (Sabotin), che domina le basse colline davanti a Gorizia (Görz, Gorica), l’Isonzo (Soča) scorre tra due ripidi versanti montani, costituendo un ostacolo quasi invalicabile. Così, le linee trincerate dei due eserciti devono adattarsi all’orografia e alle caratteristiche del campo di battaglia. Gli austro-ungarici, abbandonata la vallata di Caporetto (Kobarid, Karfreit), fronteggiano i reparti italiani su una linea quasi ovunque dominante che va dal monte Rombon (m 2208 al versante est del Monte Nero (Krn, m 2244), passa per il campo trincerato di Tolmino (Tolmin) con i capisaldi di Santa Lucia e Santa Maria per poi collegare il ripido versante destro del fiume (con i monti Kuk, Vodice, Santo ecc…) con quello sinistro, in corrispondenza con le trincee del monte Sabotino (m 606). Dal Sabotino le trincee austro-ungariche difendono la multietnica e plurilingue città di Gorizia appoggiate alle basse colline di Oslavia e del Podgora (Calvario), fino ad oltrepassare nuovamente l’Isonzo per innestarsi alle quattro cime del massiccio del San Michele (m 275 quella più alta) e proseguire infine fino al mare lungo il primo ciglione carsico, passando per località rese famose dalla guerra: San Martino del Carso, monte Sei Busi (m 108), Doberdò (Doberdob), monti Debeli e Cosich, quote 144, 121, 85… Invasa già all’inizio del conflitto l’ampia area pedecarsica, occupate Gradisca e Monfalcone, i soldati italiani si attestano in trincea sul primo ciglione carsico, a poca distanza dalle posizioni austro-ungariche. Da una parte e dall’altra del fronte delle armi, l’ampio sistema logistico dei due eserciti occupa in profondità il territorio, sequestrando vie di comunicazione, campi e boschi, città e paesi, impiantando comandi, presidi militari, magazzini, depositi, ospedali e cannoni. Da tutte e due le parti del fronte, viene evacuata la maggioranza dei civili delle città e dei paesi a ridosso della linea delle armi. Dalla parte austriaca, l’esodo riguarda in particolare Gorizia, l’Istria e le aree del Carso e del Collio, i cui abitanti vengono sfollati all’interno dell’Impero, in grandi campi profughi (vere e proprie “città di legno”, tra cui ricordiamo quelle sorte a Wagna, Mittendorf, Pottendorf, Bruck, Braunau), capaci di ricoverare migliaia di persone. Nei territori occupati dall’esercito italiano vengono internati per precauzione molti parroci e autorità austriache, mentre le popolazioni dei paesi prossimi alla zona delle operazioni vengono trasferite in varie località del Regno, da Firenze a Torino, da Lucca a Biella, nonché in varie città e sperduti paesi dell’Italia meridionale.
Dodici battaglie dell'Isonzo
Prima battaglia dell'Isonzo 23 Giugno - 7 Luglio 1915
I primi giorni di guerra erano stati caratterizzati dal Primo Balzo progettato dal comandante in capo delle forze armate, Luigi Cadorna, che consistette in un'offensiva di larga scala lungo l'intera lunghezza del fronte, e che attestò le linee italiane sulla sponda destra del fiume Isonzo. Già nei giorni precedenti gli italiani avevano cercato di prendere possesso della testa di ponte di Tolmino e del monte Monte Nero (in sloveno Krn), vale a dire dei primi importanti obiettivi al di là del corso d'acqua, ma mancavano di un sufficiente supporto d'artiglieria ed erano stati respinti.
L'obiettivo degli italiani era l'allontanamento degli austro-ungarici dalle loro posizioni difensive sul fiume e scalare i monti che vi si affacciavano: nonostante, però, la superiorità numerica, due italiani per ogni austro-ungarico, Cadorna commise l'errore di lanciare assalti di fanteria dopo imponenti (ma brevi, vista la carenza di munizioni) sbarramenti d'artiglieria che non proseguivano durante il movimento degli uomini; diluì peraltro l'attacco su più fronti (come il Trentino e l'Isonzo centrale, vicino Gorizia) nel tentativo di distrarre l'attenzione del nemico.
Si trattava di un errore comune anche ai francesi che combattevano sul fronte occidentale, e che di fatto avvantaggiò gli austro-ungarici, che erano in posizioni difensive quasi tutte sopraelevate e dotate di reticolati di filo spinato contro i quali non potevano nulla le poco precise cannonate italiane.
In particolare i combattimenti più aspri si ebbero sulla direttrice di Gorizia, dove si lottò per ogni palmo di terreno fino a far intravedere agli uomini delle brigate Re e Casale la periferia della città. Una visione momentanea, visto che alla fine gli italiani furono costretti a ripiegare rapidamente.
L'attacco venne definitivamente respinto nei primi giorni di luglio, quando il comandante austro-ungarico Boroević riuscì a disporre di due divisioni di fanteria di rinforzo.
Gli italiani avevano conseguito così guadagni territoriali minimi: la testa di ponte di Tolmino di là dal fiume, le alture vicino Plezzo, il monte Colovrat e parte del monte Nero. La pausa dei combattimenti fu breve, e le ostilità tornarono pochi giorni dopo.
Seconda battaglia dell'Isonzo 17 Luglio - 10 Agosto 1915
Dopo il fa llimento dell'attacco di due settimane prima, Luigi Cadorna, comandante in capo delle forze italiane, decise una nuova spinta sulle linee nemiche con un più nutrito supporto di armi pesanti e da tiro indiretto.
La tattica del generale era semplice quanto spietata: dopo uno sbarramento di artiglieria, gli italiani dovevano avanzare frontalmente, in massa, verso le ben difese trincee austro-ungariche ed espugnare le posizioni, dopo aver superato i reticolati. L'endemica mancanza di materiali, però – dai fucili, alle munizioni per i cannoni, alle cesoie per tagliare il filo spinato –, rese praticamente nullo il vantaggio del numero, ancora superiore per gli italiani rispetto al nemico (grazie anche ai 290.000 soldati arrivati al fronte prima della battaglia), che pur si dimostrava capace di riassorbire le 45.000 perdite della battaglia in corso. Una tattica siffatta mostrava ancor più il proprio lato inumano (il corsair è venuto dopo), viste le notizie che venivano dal fronte occidentale dove la sua applicazione non aveva dato altro frutto che inutili massacri.
Se sulle teste di ponte vicino Plezzo e Tolmino le schermaglie furono relativamente di basso livello, ma costanti tanto da superare le date ufficiali della Seconda battaglia, sul Carso – in particolare sul Monte Nero – si sviluppò un'estenuante serie di combattimenti corpo-a-corpo che coinvolsero la Seconda e la Terza Armata italiane, con perdite altissime da ambo le parti. La XX Divisione ungherese di fanteria fu messa in rotta, avendo perso due terzi degli effettivi, parte in seguito agli attacchi e parte in seguito alle difficoltà di un terreno che, in quota, non offriva alcuna sicurezza.
Fu in questo periodo che il Carso cominciò a guadagnarsi la sinistra fama che lo avrebbe accompagnato nei decenni a venire, dapprima per le battaglie e in seguito per la tragedia delle foibe.
Il 25 luglio gli italiani occuparono Bosco Cappuccio, un contrafforte a sud del Monte San Michele, un collina poco pronunciata ma otticamente dominante, che presidiava la testa di ponte austriaca di Gorizia da Sud. Il Monte San Michele fu conquistato e brevemente tenuto dagli italiani, ma un disperato contrattacco del colonnello Richter, al comando di una selezione di reggimenti scelti, la riprese dopo aspri combattimenti.
La battaglia si spense da sola, quando entrambi gli schieramenti rimasero a corto di munizioni sia per le armi leggere che per l'artiglieria. Le perdite totali delle tre settimane di scontri si aggirarono attorno agli 91.000 uomini, di cui 42.000 italiani e 47.000 austro-ungarici.
Terza battaglia dell'Isonzo 18 Ottobre - 5 Novembre 1915
Dopo circa due mesi e mezzo di relativa tregua per ricostituirsi dalle perdite dovute agli assalti en masse della prima e della seconda battaglia dell'Isonzo, Luigi Cadorna, capo di Stato Maggiore dell'esercito italiano, comprese che l'artiglieria giocava un ruolo assolutamente fondamentale, e portò l'effettivo a 1.200 bocche da fuoco.
Gli obiettivi principali dell'offensiva erano la presa definitiva delle teste di ponte austro-ungariche a Plezzo e Tolmino, nonché la città di Gorizia. La tattica di Cadorna, tuttavia, si rivelò poco incisiva, avendo distribuito le proprie forze in modo completamente uniforme lungo tutto il fronte – lungo quanto l'Isonzo –, e avendo deciso di attaccare su piccoli fronti. Gli austro-ungarici approfittarono della situazione per concentrare la loro potenza di fuoco sul nemico, che avanzava su direttrici più strette.
Grazie a estesi bombardamenti, gli italiani avanzarono a Plava, sul bordo meridionale della piana della Bainsizza, e sul Monte San Michele, punto focale dell'avanzata per aggirare il grosso delle forze che difendevano Gorizia: l'altura fu scenario di feroci attacchi e contrattacchi tra la Terza Armata italiana e i rinforzi austro-ungarici appena arrivati su ordine di Boroević dai fronti orientale e balcanico, con un alto costo di vite umane da entrambe le parti.
Il Monte Sei Busi, difeso strenuamente dalla 106° Divisione di fanteria austro-ungarica, fu il teatro di quattro sanguinosi assalti all'arma bianca. Cadorna ordinò la fine degli attacchi quando valutò più attentamente la situazione: si rese conto che gli italiani non stavano guadagnando nulla, e che il nemico si manteneva sulla difensiva non scalzato dalle posizioni sopraelevate.
In una visione più ampia, il basso profilo tenuto dalle truppe di Boroević (per questo soprannominato l'ingannevole testa croata dalle sue truppe) consentì loro di mantenere le posizioni a prezzo di perdite alte, ma certamente minori rispetto a quelle italiane. Soprattutto, dimostrò che Boroević era uno dei migliori tattici in forza all'esercito austro-ungarico, a dispetto del fatto che la sua visione strategica non fosse irreprensibile.
La pausa dei combattimenti durò solo due settimane, prima che l'offensiva italiana riprendesse.
Quarta battaglia dell'Isonzo 10 Novembre - 11 Dicembre 1915
A differenza delle tre battaglie precedenti (a giugno, luglio e ottobre) questa durò poco di più e può per molti versi considerarsi la continuazione dell'offensiva precedente.
La gran parte dei combattimenti si concentrò sulla direttrice per Gorizia e sul Carso, ma la spinta fu distribuita lungo tutta la linea del fiume Isonzo: la Seconda Armata italiana premette sul capoluogo e occupò Oslavia, mentre la Terza Armata, incaricata di coprire il fronte fino al mare, si lanciò in estesi e sanguinosi scontri che non fruttarono nulla, se non minimi avanzamenti del fronte.
Il Monte Sei Busi, già teatro di combattimenti asperrimi e disperati da parte italiana, fu assaltato per altre cinque volte dalle truppe di Cadorna.
I combattimenti subirono una vera e propria escalation fino alla fine di novembre, quando la testa di ponte di Tolmino fu scossa da pesanti bombardamenti da ambo le parti, e i combattimenti raggiunsero il massimo livello di perdite giornaliere. Nei quindici giorni seguenti, fino alla metà di dicembre, lungo tutta la linea gli eserciti si affrontarono in piccole schermaglie piuttosto che in massivi attacchi frontali come nelle precedenti fasi della battaglia.
La tregua si instaurò con l'arrivo del primo, pungentissimo freddo sulle montagne del Carso, spazzato dalla Bora, per il quale le operazioni militari si bloccarono del tutto per mancanza di equipaggiamenti e preparazione da ambo le parti – retaggio dell'idea che quella del 1915 sarebbe stata una Blitzkrieg e non una logorante guerra di posizione.
L'alto comando austro-ungarico, preoccupato delle perdite nonostante l'afflusso al fronte di 12 divisioni di rinforzo, chiese per la prima volta l'aiuto dell'Impero tedesco, il quale ancora non era formalmente in guerra con l'Italia. Motivo, questo, che portò i tedeschi a intervenire sul Carso molto tempo dopo, non prima dell'Undicesima battaglia dell'Isonzo.
Quinta battaglia dell'Isonzo 11 Marzo - 16 Marzo 1916
Dopo quattro tentativi di superare il fiume Isonzo e dilagare in territorio austro-ungarico, Luigi Cadorna organizzò una nuova offensiva forte della tregua invernale che aveva consentito all'Alto Comando italiano di raggruppare e organizzare 8 nuove divisioni da posizionare sul fronte.
Si trattava, comunque, di un'offensiva non lanciata a seguito di accurati studi tattico-strategici, bensì come dimostrazione, atta a deconcentrare l'attenzione degli Imperi Centrali sulle proprie vittoriose offensive in atto sul fronte orientale contro la Russia e a Verdun, dove in effetti si stava compiendo la più grande carneficina di tutta la guerra. Era stato dato seguito all'attacco, dunque, nel rispetto degli accordi della Conferenza interalleata di Chantilly del dicembre 1915.
Gli assalti, intesi come "azioni dimostrative" come da ordine verbale inoltrato da Cadorna ai comandi della II e III Armata ad integrare gli ordini scritti dati in precedenza, furono meno impegnati e meno sanguinosi che nelle battaglie precedenti, si distribuirono sul Carso, sulla direttrice per Gorizia e nell'incassata testa di ponte di Tolmino.
Dopo una settimana di combattimenti che costarono la vita su entrambi i fronti a 4.000 uomini, gli scontri si spensero, a causa del pessimo tempo che complicava tremendamente la vita nelle trincee, e a causa dell'inizio dell'offensiva austro-ungarica "punitiva" dalle basi in Trentino.
Alcune porzioni del fronte – soprattutto attorno a Gorizia – videro una continuazione degli scontri tra pattuglie avversarie fino al 30 marzo e oltre, in un lento logorio che di fatto non presentava vantaggi né per gli italiani né per gli austro-ungarici.
Sesta battaglia dell'Isonzo 4. Agosto - 16 Agosto 1916
A poco più di un mese dall’attacco austriaco con i gas, il 4 agosto 1916 il generale Cadorna ordina l’attacco su tutto il fronte del Medio e Basso Isonzo. Il rapporto tra attaccanti e difensori è per la prima volta molto favorevole agli italiani, che riescono a trasportare in breve tempo dagli Altipiani reparti e cannoni, mentre al contrario gli austro-ungarici risentono degli sforzi della precedente offensiva e dell’impegno sul fronte orientale. Sottoposti a ingenti bombardamenti e ripetuti attacchi, dopo furiosi combattimenti gli austro-ungarici sono costretti ad abbandonare le trincee del Sabotino e del San Michele, determinando di fatto il crollo del primo fronte carsico. Mentre i reparti imperiali cercano di ritirarsi su linee arretrate allestite in fretta e furia, il 9 agosto i primi reparti italiani superano l’Isonzo ed entrano a Gorizia. La battaglia dura ancora qualche settimana, con gli austro-ungarici arroccati sulle alture a est della città, sul ciglione est del Vallone che congiunge Gorizia a Duino e al mare e sulle alture a est di Monfalcone. La conquista di Gorizia costa circa 100 mila perdite all’esercito italiano (oltre 50 mila quelle austro-ungariche, la metà dell’intera forza a disposizione di Boroevic). Non risolutiva dal punto di vista militare, la conquista della città fornisce tuttavia all’opinione pubblica italiana la prima consistente vittoria militare dall’inizio del conflitto, a parziale rimborso dei lutti e dei sacrifici sostenuti da soldati e popolazioni. Dopo la caduta della città fino ad allora simbolo della resistenza imperiale, le posizioni austro-ungariche corrono sul Monte Santo e sulle alture del San Gabriele e del San Marco, per poi appoggiarsi sull’Altipiano di Comeno (Komen) sul Faiti, davanti a Castagnevizza (Kostanjevica) e congiungersi, oltre Jamiano, al massiccio dell’Hermada che difende le basse trincee davanti al castello di Duino e la strada per Trieste. Contro queste posizioni si accaniscono le tre offensive autunnali italiane (Settima, Ottava e Nona battaglia dell’Isonzo), che producono consistenti perdite ai due schieramenti (145 mila perdite italiane contro 80 mila perdite austro-ungariche), ma lasciano sostanzialmente le posizioni dei due eserciti. Settima battaglia dell'Isonzo 14 Settembre-Settembre 17, 1916
Anche per aiutare la Romania le truppe italiane si impegnarono in un attacco sul Carso, tra il mare Adriatico e Gorizia. La Terza armata italiana doveva irrompere sull'altura di Fajti (Quota 432) in direzione Trstelj per poi attaccare Trieste. Gli Italiani riuscirono appena a conquistare alcune trincee e una piazzaforte presso Merna.
Fu durante la settima battoglia dell'Isonzo che Cadorna inaugurò la tattica delle "spallate": urti energici ma di breve durata contro settori limitati. La battaglia durò solo quattro giorni, ma le perdite furono terribili su entrambi i lati. Gli italiani persero 17.570 soldati, gli austro-ungarigi 15.000. Ottava battaglia dell'Isonzo 9 Ottobre - 12 Ottobre 1916
L'offensiva italiana iniziò tra il 10 ed e il 12 ottobre 1916 nella zone di Doberdò, a est di Monfalcone.
L'offensiva è una delle cosiddette "spallate" militari lanciate da Luigi Cadorna per logorare l'Austria-Ungheria. Ma il tempo avverso, la resistenza delle truppe imperiali, gli errori tattici,la scarsità di mezzi e materiali fanno guadagnare poco terreno alle truppe italiane che poi vengono costrette alla ritirata sulle posizioni di partenza dalla controffensiva austriaca. Le perdite sono alte da entrambe le parti: 20.100 soldati italiani e 20.000 soldati austro-ungheresi. Nona battaglia dell'Isonzo 31 Ottobre - 4 Novembre 1916
Nonostante i tanti caduti, l'eroico esercito italiano riesce ad avanzare solo di pochi chilometri (circa 5 oltre il Vallone). Si tratta dell'ennesima prova di cecità dimostrata dall'Alto Comando italiano, nello specifico di Cadorna.
Già verso la fine dell'Ottava battaglia dell'Isonzo, il 12 Ottobre 1916, le truppe italiane stavano effetuando i preparativi per un terzo urto contro la barriera dell'altopiano carsico prima che giungesse l'inverno, già preannunciato da un rigidissimo e burrascoso autunno. Persistenti intemperie, infatti, vennero a rallentare la preparazione e l'inizio della ripresa offensiva italiana, che poté essere iniziata soltanto il 31 ottobre. Il I° novembre, dopo 24 ore di fuoco d'artiglieria, le fanterie italiane balzarono ancora una volta all'attacco, al fine di premere e disgregare l'avversario sul Carso e per strappargli la linea Colle Grande (Veliki hrib-Cerje)-Pecinca (Pečinka)-Bosco Malo, e possibilmente l'attigua Dosso Fàiti-Castagnevizza-Sella delle Triencee. Nella zona collinosa a est di Gorizia, nonostante l'accanita resistenza austro-ungarica e le difficoltà del terreno (aggravate dall'impaludamento per le recenti piogge), i fanti italiani avanzarono sotto il fuoco nemico presso la Vertoibizza, affondando nel fango fino alla cintola; le truppe del XXVI Corpo d'armata (guidate dal gen. Cavaciocchi) e dell'VIII riuscirono a occupare rispettivamente l'altura di quota 171, a nord-ovest della cima del M.te San Marco (Markov hrib) e quella di quota 123 nord (Sober) a est di Vertoiba. Nei giorni seguenti tali truppe tentarono di compiere altri progressi, ma la viva reazione nemica e soprattutto le penose condizioni operative, li resero impossibili, costringendole a sgomberare la quota 123 nord. A sud del Vipacco sul Carso, invece, le fanterie dell'XI Corpo d'armata, coronovano vittoriosamente i loro precedenti sforzi. Fin dal primo giorno dell'offensiva, la 49a (gen. Diaz) e la 45a Divisione avanzarono decisamente verso il Colle Grande e il Pecinca; il primo venne espugnato dalla Brigata Toscana mentre il secondo dalla Brigata Lombardia, affiancato dalla Ia Brigata Bersaglieri; queste procedettero quindi sulle quote 308, il Pecina (Pečina), e 278 (Bršljanovec/Varda) a sud-est del Pecina, impadronendosene. La 4a Divisione, avanzando anch'essa verso est, raggiungeva con la Brigata Spezia la fronte Pecinca-Seghetti e con la Barletta il quadrivio di quota 202, 1.67 km a est di Opacchiasella sulla strada che porta a Castagnevizza. Le truppe del XIII Corpo, benché vivamente contrastate, si spinsero fino alle pendici di quota 238 (Županov vrh) e alle prime case di Bosco Malo (Hudi Log), ma, contrattaccate con violenza e sterminate dal fuoco avversario, furono costrette a tornare nelle trincee di partenza. Nella notte gli austro-ungarici contrattaccarono sul Colle Grande, ma invano; al mattino, però, con truppe fresche essi tornavano in modo risoluto al contrattacco con il Pecinca-quota 278; sovverchiata la Brigata Spezia sulla quota 278, essi piombarono sul Pecina (quota 308), ma qui vennero fermati dalla Ia Brigata Bersaglieri. Nel pomeriggio non soltanto tutto il terreno perduto dagli italiani venne da loro riconquistato, ma la 49a Divisione si spinse fino alle pendici del Monte Lupo (Volkovnjak), mt 285 a sud-est di Vertozza, e la 45a fino a quelle del Dosso Fàiti (Fajtji hrib). Il giorno 3 novembre la Brigata Pinerolo espugnò il Monte Lupo e la Toscana, al cui seguito vi era il poeta Gabriele D'annunzio, il Dosso Fàiti. A nord della 45a Divisione, la 49a si impadroniva nello stesso giorno della quota 123 (Figovec) e del costone di roccia do quota 124, entrambi nei pressi di Vertozza.
Il XIII Corpo d'armata, rimasto in posizione arretrata, tentò il giorno 4 novembre una manovra di aggiramento, puntando dalla strada Opacchiassella-Castagnevizza verso Sella delle Trincee (Sela na Krasu), al fine di avvolgere le forze che si opponevano all'avanzata italiana e spazzare il territorio antistante a Castagnevizza; il movimento, tentato da una colonna della 47a Divisione non ebbe esito fortunato. Decima battaglia dell'Isonzo 12 Maggio - 5 Giugno 1917
Gli Italiani potevano contare su 430 battaglioni e 3.800 pezzi di artiglieria, l'Austria-Ungheria su 210 battaglioni e 1.400 pezzi di artiglieria. L'obiettivo dell'offensiva italiana era rompere il fronte per raggiungere Trieste. Dopo 2 giorni e mezzo di bombardamenti a tappeto sull'intera linea del fronte da Tolmino fino al Mare Adriatico e dopo un attacco nei pressi di Gorizia, il fronte austro-ungarico venne rotto nella periferia meridionale della città. Gli Italiani riuscirono a conquistare temporaneamente il villaggio di Jamiano, oltre a diverse alture del Carso monfalconese, ma vennero respinti da un contrattacco austriaco partito dalle alture del monte Ermada. Tra Monte Santo e Zagora, a nord di Gorizia, riuscirono a passare l'Isonzo, a costruire tempestivamente una testa di ponte e a difenderla.
Da parte italiana si contano 160.000 vittime (tra cui 36.000 caduti), gli austro-ungheresi perdettero invece 125.000 uomini (di cui 17.000 morti). L'esercito italiano riuscì a fare prigionieri 23.000 soldati austriaci, quello austriaco 27.000 italiani, testimonianza del debole morale delle truppe italiane in questa fase della guerra.
Dopo un rigido inverno, il generale Cadorna pensò di sferrare un decisivo attacco nella zona di Gorizia questa volta però con l’aiuto di una decina di Divisioni alleate. Tale aiuto non fu invece disponibile (gli alleati non diedero a Cadorna il loro consenso nella conferenza di Roma del gennaio 1917) e fu così che la nuova offensiva venne affidata alla III Armata e ad una grande unità di recente costituzione: il Comando della Zona di Gorizia risultante dall’unione dei Corpi d’armata II (zona di Plava), VI (dal Monte Santo al bosco Panovizza) ed VIII (dal Panovizza alla Vertoibizza) , con a capo il generale Capello . Il piano d’operazioni prevedeva tre fasi successive: nella prima, un bombardamento generale e prolungato, su tutta il fronte da Tolmino al mare, doveva disorientare gli austriaci ed impedirgli il gioco delle riserve tra il settore carsico e quello goriziano; nella seconda , il Comando doveva assaltare tutto il bastione montuoso che strapiomba sull’Isonzo, tra Plava e Gorizia, con le successive alture del Monte Cucco di Plava (Kuk), del Monte Vòdice (Vodice), del Monte Santo e del Monte San Gabriele, nonché del sistema collinoso a ridosso di Gorizia; per favorire tale attacco era previsto un contemporaneo diversivo sull’ala sinistra del fronte d’attacco, passando l’Isonzo tra Loga e Bodres (Bodrež) e costituendovi là una testa di ponte. Nella terza fase, infine, sarebbero passate all’attacco le truppe della III Armata (X Corpo d’armata, dal Vipacco a Castagnevizza); XIII, da Castagnevizza a quota 208 sud, presso Bonetti di Doberdò, e VII, da tale quota al mare. All’alba del 12 maggio del 1917 le artiglierie italiane aprirono il fuoco su tutto il fronte, continuandolo ininterrottamente per due giorni; il mezzogiorno del 14 maggio le fanterie italiane iniziarono l’avanzata sia nella zona di Plava sia in quella di Gorizia. Di primo balzo venne conquistata dalla Brigata Udine la quota 383 (Prižnica), mentre la brigata Firenze riuscì a raggiungere lo sperone di quota 535 presso il Monte Cucco di Plava e la Avellino, superato lo sbarramento di Sagora (Zagora), occupava parzialmente i fortini di Zagomila, che guadavano la strada del Vòdice. Reparti della Brigata Campobasso, risalite le pendici del Monte Santo, riuscirono ad occuparne la vetta (su cui ormai vi erano solo le rovine del convento) ma a seguito di un contrattacco austriaco nella notte, non venendo sostenute da rinforzi, l’indomani all’alba vennero costrette a ripiegare. A nord-est di Gorizia furono occupate dagli italiani, con aspra lotta, la collina di quota 126 presso l’attuale tiro a segno sopra Grassigna (Grčna) e la quota 174 presso di Tivoli, ma non poterono essere mantenute. Il giorno seguente, le truppe del II Corpo seppur contrastati da un’accanita resistenza austriaca, si insediarono definitivamente sulla vetta del Cucco di Plava e sulla sella del Vòdice. Nella notte del 15 maggio reparti della 47a Divisione, forzato il passaggio dell’Isonzo al saliente di Loga, passarono sull’altra sponda construendovi una testa di ponte e catturandovi quattrocento prigionieri. Nei giorni dal 15 al 21 maggio la lotta proseguì in modo molto accanito. Gli austriaci contrattaccarono l’offensiva italiana ovunque con grande energia; gli italiani riuscirono comunque e ribatterli e a tenere il Vòdice, con la 53a (gen. Gonzaga) nonché ad allargarsi attorno a Plava con l’occupazione della località di Glòbina (Globna) e Pàglievo (Paljevo); la testa di ponte di Bodres, avendo adempiuto al proprio compito, venne ritirata la notte del 19 maggio. Il 21 maggio, il Comando Supremo diede l’ordine alla III Armata di iniziare la terza fase dell’offensiva, sull’altopiano carsico; essa venne iniziata alle ore 16.00 del 23 maggio. Sulla sinistra, il XI Corpo s’impegnava contro le alture ad est del Monte Lupo (Volkovnjak), tenacemente contrastato al centro e sulla destra; il XIII Corpo e il VII, superarono la prima linea austriaca e dilagando a nord la strada tra Castagnevizza e Boscomalo (Hudi Log), aggirarono quest’ultima località, oltrepassarono Lucati (Lukatic) e s’impadronirono di Iamiàno. Nella zona di Monfalcone vennero occupate dagli italiani le quote 92, 77 (Sablici), 58 (Moschenizze), i Bagni ad oriente delle allora officine Adria (presso l’attuale via Timavo) e l’altura di quota 21 (Sant’ Antonio, presso le Terme Romane). La mattina seguente ci furono combattimenti nel saliente di Boscomalo, ove gli austriaci seguitavano ad opporre un ostinata resistenza; la destra italiana del fronte nel frattempo passando attraverso il Flondar, ed attraversando la linea nemica il 25 maggio, si spinse fino alle pendici dell’Ermada, portando alcuni suoi elementi fino a San Giovanni e Medeazza, catturando oltre 2000 prigionieri. Nel medesimo giorno il saliente di Boscomalo venne anch’esso espugnato dagli italiani, che poterono ottenere qualche vantaggio nel centro del fronte nei pressi di Castagnevizza, che venne raggiunta e poi oltrepassata dalla 4a Divisione il 26 maggio, ma subito persa grazie a una potente controffensiva austriaca di artiglieria. Nella zona tra Castagnevizza e Iamiàno, tra il 26 e il 27 maggio, sanguinosi attacchi e contrattacchi si chiudevano con qualche vantaggio di terreno per le fanterie del XIII Corpo; il VII italiano avanzò sulle alture a ovest di Medeazza e raggiunse lentamente le foci del Timavo. Il 28 maggio, la Brigata Toscana espugnò la quota 28 (Bràtina) a sud del Timavo, tenendola però per poco tempo. Il 29 maggio seguirono piccole azioni di rettifica della linea del fronte. Il primi di giugno gli austriaci risposero con un potente contrattacco sull’altopiano carsico; grazie a dei rinforzi fati pervenire in zona essi già dalla sera del 3 giugno contrattaccarono sulla linea Fáiti - Castagnevizza; nel settore di Castagnevizza la 4a Divisione italiana riuscì a contenere l’attacco, ma nel settore del Fáiti l’attacco austriaco andò a buon fine ma poi le posizioni vennero riprese dalle Brigate Tevere e Massa Carrara. All’alba del 4 giugno gli austriaci intensificarono il loro sforzi sul resto del fronte fino al mare; se nella parte centrale del fronte il XIII Corpo italiano, dopo aver sostituito il 2 giugno il XIII Corpo e la 61a Divisione, riuscì a mantenere le posizioni di Versici (Vršič) e Iamiàno, nella parte destra del fronte gli austriaci sommersero le linee della 20a Divisione italiana raggiunsero a sorpresa i due tunnels (tra il Dosso Giulio e San Giovanni) della ferrovia Trieste – Monfalcone, impadronendosene e catturando numerosi reparti italiani ivi ricoverati, causando così il ripiegamento italiano sulle posizioni di partenza; fu così che rimasero saldamente nelle mani austriache Castagnevizza, l’Ermada e Duino. Fu così che i progressi italiani compiuti con sanguinose giornate di battaglia ed ingenti perdite vennero in poche ore annullati. L’unico vantaggio rimasto agli italiani fu il mantenimento del costone Cucco di Plava - Vòdice, dominante sia sull’Isonzo sia sull’altopiano della Bainsizza, ma in parte vanificato dalla mancata conquista del Monte Santo che avrebbe reso loro più sicura l’occupazione di Gorizia . Undicesima battaglia dell'Isonzo 19 Agosto - 15 Settembre 1917
Luigi Cadorna, il capo di stato maggiore italiano, aveva concentrato tre quarti delle sue truppe presso il fiume Isonzo: 600 battaglioni (52 divisioni) con 5.200 pezzi d'artiglieria. L'attacco venne sferrato su un fronte che si estendeva da Tolmino (nella valle superiore dell'Isonzo) fino al mar Adriatico. Gli italiani attraversarono il fiume in più punti su ponti di fortuna, ma lo sforzo maggiore venne fatto sull'altopiano della Bainsizza, la cui conquista aveva lo scopo di far proseguire l'avanzata e di rompere le linee austro-ungariche in due, isolando le roccheforti del Monte San Gabriele ed Hermada.
Dopo un combattimento aspro e sanguinoso, la Seconda Armata italiana, fece indietreggiare gli austro-ungarici, conquistando la Bainsizza e il Monte Santo. Altre postazioni furono occupate dalla Terza Armata del Duca d'Aosta.
Comunque, il Monte San Gabriele ed il Monte Hermada si rivelarono inespugnabili, e l'offensiva si arrestò.
Dopo la battaglia, le forze austro-ungariche erano sull'orlo del collasso, e non avrebbero potuto sostenere un altro attacco. Fortunatamente per loro (e sfortunatamente per i loro nemici) gli italiani si trovavano nelle medesime condizioni, e non avrebbero potuto trovare le risorse per un'altra offensiva. La battaglia finì così in un bagno di sangue sostanzialmente inconclusivo.
Dodicesima Battaglia dell'Isonzo 24. Ottobre-Novembre 1917 I successi degli italiani conseguiti nelle undici offensive erano insignificanti. Essi si traducevano appena nell'occupazione della sola Gorizia, del bordo occidentale dell'altopiano della Bainsizza e di 12 km lungo la zona del Carso. Questi scarsi risultati e le pesanti perdite (circa 200.000 morti per motivi bellici) erano causa di un gravissimo abbassamento del morale della truppa italiana. Anche le perdite degli Austro-ungarici erano state molto gravi tanto da far temere che l'esercito non potesse sostenere un'altra offensiva italiana . Pertanto, il comando A.U. decise di organizzare un'offensiva per spezzare la pressione alla quale era continuamente sottoposto il fronte. Tuttavia, le forze austro-ungariche non erano sufficenti a garantire la riuscita dell'offensiva e così il comando si risolse a domandare l'aiuto degli alleati tedeschi. Una cosa di essenziale importanza era che gli italiani non si accorgessero dei preparativi dell'offensiva; a questo scopo le unità furono inviate sul campo di battaglia poco prima dell'attacco, fu chiuso il confine con la vicina Svizzera e visto che i comandi temevano fughe di notizie a causa dei disertori, gli ordini d'attacco furono resi noti alle truppe all'ultimo minuto. Nel piano d'attacco si prevedeva l'uso dei gas per annullare la resistenza italiana cogliendoli di sorpresa (in particolare nelle località principali sulla linea del fronte). A causa del notevole lavoro preparatorio fu posticipato il lancio dell'offensiva. Gli obiettivi dell'offensiva erano la conquista di Bovec e Tolmino e da lì penetrare almeno fino alla linea Gemona-Cividale. I generali italiani non avevano disposto le truppe in posizione difensiva ma bensì offensiva e non si sospettava lo scatenamento di un attacco da parte nemica (la guerra fino a quel momento ,sul fronte isontino, aveva visto gli italiani logorarsi in continue offensive e gli austriaci difendersi quasi ad oltranza) così lo schieramento italiano venne colto di sorpresa. Infatti anche ad un giorno dall' attacco il comando italiano non sospetava nulla. La prima linea era fortificata e presidiata da moltissime truppe, ma (come già detto sopra) non era stato disposto a difesa. La seconda linea italiana era ben costruita e fortificata ma non era completamente presidiata (a tratti era completamente sguarnita!!). Le truppe vrebbero dovuto quindi essere disposte in posizione difensiva e schierate nella seconda linea, ma il generale Cadorna non lo permettè. In aggiunta, anche se a conoscenza di un possibile attacco con i gas le truppe italiane non erano adeguatamente protette perchè le maschere antigas in dotazione al Regio Esercito erano insufficenti come numero (molti soldati non le avevano) e abbastanza efficaci solo contro il cloro. Il giorno prima dell'attacco l'esercito italianoschierava 41 divisioni e 3.626 cannoni mentre l'Austria-Ungheria e l'esercito tedesco schieravano 37 divisioni e 3.302 cannoni. 24. Ottobre: alle 2:00 di una notte nuvolosa e piovosa l'artiglieria austro-tedesca ruggì e iniziò un bombardamento a gas presso Bovec che continuò per mezz'ora. Dopo di esso iniziò un violento bombardamento di ditruzione che colpì le posizioni italiane e le fortificazioni. Alle 9.00 iniziò l'attacco della fanteria. L'attacco al Rombon e a Sella Prevala furono inizialmente respinti, ma gli austriaci conquistarono le posizioni italiane nei pressi di Bovec causando l'inizio della ritirata italiana in primo luogo, da Bovec, Čuklje, dal monte Forato, Polovnik, Krasji e Vetta Predolina aprendo la strada verso Kobarid (Caporetto). Una volta resisi conto della perdita di Caporetto gli italiani si ritiraronosulla loro terza linea permettendo così alle forze Austro-tedesche di passare per Učji (presso Bovec) . Gli austro-ungarici occuparono la valle sotto il Krn (monte Nero) isolando e causando così la ritirata delle truppe italiane che erano poste a presidio della montagna . La 12a divisione austro-ungarica occupò Robič alle 22.30 . Tolmino era attaccata dalle truppe tedesche che penetrarono a Hlevnik, occupandola muovendosi poi contro il Matajur il cui presidio si arrese dopo due attacchi. Le posizioni italiane sulla Bainsizza vennero così occupate. L'esercitodell'Austria-Ungheria, dopo la vittoria nella valle e nelle pendici del Učji Skutnik e del Kala occupò il caposaldo di Kobarid (Caporetto), un punto chiave della difesa italiana. A questo punto il risultato della battaglia per l' esercito dell'Austro-Ungheria e i suoi alleati tedeschi era più che favorevole, infatti la difesa italiana aveva una falla di 32 km . Cadorna vista la situazione fu quindi costretto a ritirare le truppe oltre il bordo occidentale della Bainsizza e scegliendo come ultima linea di difesa il fiume Tagliamento. Il 27 Ottobre iniziò la ritirata generale di tutto lo schieramento italiano.Un esercito enorme iniziò a ritirarsi verso ovest. La ritirata si trasformò presto in rotta e gli italiani si lasciarono dietro tutto ciò che poteva ostacolare il ritiro. Alla mattina vennero rinnovati gli attacchi sia contro Sella Prevala che Sella Nevea e i difensori italiani rimasti si dovettero ritirare. Il 28 Ottobre, l'esercito Austro-Ungarico occupò Sella Prevala e due divisioni tedesche conquistarono Cividale il 29 Gorizia e Udine . Il 1 Novembre,le truppe italiane passarono il Tagliamento incalzate da quelle austro-tedesche che continuarono l'offensiva che si fermò il 9 Novembre sul Piave dove si stabilizzò il fronte e dove vennero schierati anche dei contingenti franco-inglesi. Soldati Sloveni sotto l'Austria-Ungheria Nel 1914 il territorio sloveno era una parte importantedei possedimenti della monarchia austro-ungherese. L'esercito dell'Austria-Ungheria era composto da soldati di molte nazionialità, infatti esso era una vera miscela di tedeschi, ungheresi, cechi, slovacchi, croati, bosniaci e sloveni. Per questo motivo non vi fu mai un reggimento completamente sloveno. All'inizio della Grande Guerra gli sloveni si trovavano in una situazione molto difficile,infatti essi non la volevano e non avrebbero ottenuto niente da essa ma se le potenze alleate avessero vinto (cosa che poi avvenne) avrebbero diviso la Slovenia sul suo territorio nazionale e quindi rendere il popolo sloveneo ancora più impotente. La maggior parte della popolazione slovena veniva reclutata nel 3° Corpo d'Armata dell'esercito austro-ungarico, che aveva sede di reclutamento a Graz. In questo Corpo d'Armata, la quota degli sloveni era molto grande pari a 3 / 5 soldati. La parte orientale della Slovenia, (la regione di Prekmurje) ricadeva invece nel distretto di reclutamento del 5° Corpo d'Armata ungherese. All'inizio della guerra tutti i reggimenti sloveni furono inviati al fronte russo ma, nella primavera del 1915, furono trasferiti sul nostro fronte , dove avrebbero passato i prossimi due anni contro i soldati del più forte esercito italiano. Sul fronte dell'Isonzo, i soldati sloveni sono stati considerati i migliori, in quanto hanno combattuto per le loro case. I reggimenti sloveni austro-ungarici hanno svolto un ruolo importante nella storia della nazione slovena. Da questi reggimenti, nel novembre del 1918 si sono create le nuove unità dell'esercito sloveno, che ha combattuto contro gli austriaci a nord del confine con la Slovenia. Nel 1920, i reggimenti sono stati assimilati nell'esercito del Regno degli Sloveni, Croati e Serbi.
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